Partite IVA inattive: cosa cambia con la chiusura d'ufficio
Oct 15, 2026Con il provvedimento n. 277710 del 12 ottobre 2026 l'Agenzia delle Entrate ha cambiato le regole per chiudere d'ufficio le partite IVA inattive. Le posizioni senza attività nelle 3 annualità precedenti si individuano ora anche da fatture elettroniche, corrispettivi telematici e versamenti; l'avviso arriva al domicilio digitale, la chiusura scatta dopo 60 giorni e, se la chiusura è sbagliata, si può chiedere la riattivazione con effetto retroattivo.
Per uno studio commercialista la novità ha un effetto pratico immediato: alcuni clienti riceveranno una comunicazione che non si aspettano, spesso in una casella PEC che non leggono, con un termine di 60 giorni già in corsa. Qui sotto spieghiamo cosa dice il provvedimento, quali clienti controllare per primi, come rispondere entro i termini e come organizzare il lavoro dello studio perché nessuna comunicazione resti senza risposta.
In questa guida
- Cosa dice il provvedimento del 12 ottobre 2026
- Quali partite IVA rischiano la chiusura d'ufficio
- Come arriva la comunicazione e da quando corrono i 60 giorni
- Come ci si oppone entro 60 giorni
- Partita IVA già chiusa: come funziona la riattivazione
- Il piano di lavoro dello studio in 5 passi
- Dove aiuta l'intelligenza artificiale e dove no
Cosa dice il provvedimento del 12 ottobre 2026?
Il provvedimento n. 277710/2026 modifica il provvedimento n. 1415522 del 3 dicembre 2019, che dava attuazione all'articolo 35, comma 15-quinquies, del decreto IVA (DPR 633/1972). La norma resta la stessa: l'Agenzia delle Entrate chiude d'ufficio le partite IVA di chi, sulla base dei dati in suo possesso, risulta non aver esercitato nelle 3 annualità precedenti attività di impresa, arte o professione.
Cambiano invece 3 cose operative. La prima riguarda i dati usati per la selezione: i riscontri automatizzati sull'Anagrafe tributaria comprendono ora in modo espresso le fatture elettroniche, i corrispettivi telematici e i versamenti effettuati tramite riscossione spontanea. La seconda riguarda il canale: la comunicazione preventiva va al domicilio digitale del contribuente, con la raccomandata solo in mancanza. La terza è la novità più utile per gli studi: dopo la chiusura si può chiedere la riattivazione, che vale dalla data originaria di apertura.
Lo stesso provvedimento ricorda 2 principi da tenere presenti quando si parla con il cliente. Restano salvi i poteri di controllo e accertamento dell'amministrazione finanziaria, quindi la chiusura non cancella eventuali verifiche sugli anni passati. E i riscontri automatizzati, si legge al punto 3.8, non comportano decisioni basate unicamente su di essi: proprio per questo esiste la finestra di 60 giorni per spiegare la propria posizione.
Un'informazione che spesso tranquillizza i clienti: dal 2017 non si applica più la sanzione per l'omessa comunicazione della cessazione di attività. Il decreto legge 193/2016 ha tolto le parole «cessazione di attività» dall'articolo 5, comma 6, del decreto legislativo 471/1997, come ricostruito da Euroconference News il 24 gennaio 2017.
Quali partite IVA rischiano la chiusura d'ufficio?
Rischiano la chiusura le partite IVA che, dai dati dell'Agenzia, non mostrano attività da 3 anni: nessuna fattura elettronica, nessun corrispettivo trasmesso, nessun versamento, nessun altro elemento in Anagrafe tributaria. Nella pratica di uno studio i casi tipici sono abbastanza riconoscibili.
- Il cliente che ha smesso di lavorare e non ha mai presentato la dichiarazione di cessazione, magari perché pensava di riprendere.
- Il professionista che tiene aperta la partita IVA «per sicurezza», senza emettere fatture da anni.
- La società ferma, senza operazioni, rimasta aperta in attesa di una decisione dei soci.
- L'attività reale ma con pochissime operazioni, che negli anni considerati potrebbe non lasciare tracce sufficienti nei dati elettronici.
Per le società e gli enti c'è un punto in più. Il provvedimento prevede che, per i soggetti diversi dalle persone fisiche, quando dall'Anagrafe tributaria non emergono elementi di operatività si proceda insieme alla estinzione del codice fiscale. Per una società che deve ancora chiudere rapporti, incassare crediti o presentare dichiarazioni, è un effetto da gestire prima che scatti.
L'ultimo caso dell'elenco è il più delicato, perché lì la chiusura sarebbe un errore da correggere, non una presa d'atto. Vale la pena individuare questi clienti prima che arrivi la comunicazione.
Come arriva la comunicazione e da quando corrono i 60 giorni?
La comunicazione preventiva arriva al domicilio digitale del titolare previsto dall'articolo 60-ter del DPR 600/1973 oppure, se manca, al domicilio digitale del rappresentante. Solo se non esiste nessuno dei due domicili digitali l'Agenzia usa la raccomandata con avviso di ricevimento al domicilio fiscale.
In più la comunicazione si può consultare nel Cassetto fiscale, sezione «L'Agenzia scrive». La sua presenza viene segnalata con un avviso nell'area riservata e, per le persone fisiche, anche con un messaggio sull'App IO, come spiega Informazione Fiscale nell'articolo del 13 ottobre 2026.
Il termine è il dettaglio che conta di più. La chiusura della partita IVA decorre dal 60° giorno successivo alla ricezione della comunicazione. Se la consegna non è possibile, i 60 giorni partono dalla data in cui la comunicazione è messa a disposizione nell'area riservata. In entrambi i casi il conto parte senza che il cliente abbia necessariamente letto qualcosa: una PEC mai aperta fa correre il termine come una PEC letta.
Per lo studio la conseguenza è semplice: il rischio vero non è la chiusura in sé, ma accorgersene quando i 60 giorni sono già passati.
Come ci si oppone entro 60 giorni?
Entro 60 giorni dalla ricezione, il contribuente che non ritiene legittima la chiusura può rivolgersi a qualsiasi ufficio territoriale dell'Agenzia delle Entrate per fornire i chiarimenti sulla propria posizione di soggetto attivo ai fini IVA. Lo stesso vale, per le società, contro l'eventuale estinzione del codice fiscale.
Il provvedimento non indica un modulo: indica l'obiettivo, cioè dimostrare che l'attività esiste. Un fascicolo preparato bene dallo studio contiene di solito 4 elementi.
- La comunicazione ricevuta, con la data di ricezione annotata.
- I documenti delle operazioni degli ultimi 3 anni: fatture, contratti, incassi, pagamenti.
- Le dichiarazioni presentate negli stessi anni e i versamenti fatti.
- Una breve nota che spiega perché i dati dell'Agenzia non mostrano l'attività, per esempio operazioni poche ma reali.
Qualsiasi ufficio territoriale vuol dire che il cliente non deve andare per forza nell'ufficio della sua zona. Su questo punto torna utile anche l'apertura pomeridiana di circa 160 uffici dell'Agenzia, di cui abbiamo parlato in un articolo dedicato.
Partita IVA già chiusa: come funziona la riattivazione?
Passati i 60 giorni, il contribuente che non ritiene legittima la chiusura può chiedere a qualsiasi ufficio territoriale la riattivazione, con una richiesta motivata. L'ufficio valuta le argomentazioni e la documentazione e può riattivare la partita IVA e, per le società, il codice fiscale estinto.
La riattivazione ha effetto dalla data originaria di apertura della partita IVA, senza soluzione di continuità. In pratica la posizione torna come se non fosse mai stata chiusa. È la novità più rilevante rispetto al 2019, perché trasforma un errore scoperto tardi in un problema risolvibile.
Detto questo, la riattivazione resta una strada di riserva. Richiede comunque una pratica in ufficio e una valutazione dell'Agenzia, e nel frattempo il cliente ha una partita IVA cessata. Rispondere entro i 60 giorni resta la soluzione più semplice.
Il piano di lavoro dello studio in 5 passi
Lo studio può gestire la novità con un lavoro breve e ordinato, fatto una volta sola e poi tenuto aggiornato.
- Elenco dei clienti fermi. Dall'anagrafica dello studio si estraggono i clienti con partita IVA aperta e nessuna fattura, nessun corrispettivo e nessun versamento negli ultimi 3 anni.
- Una decisione per ciascuno. Per chi ha davvero smesso, si valuta con il cliente la dichiarazione di cessazione, senza aspettare la chiusura d'ufficio. Per chi lavora ancora, si prepara subito il fascicolo descritto sopra.
- Domicilio digitale e Cassetto fiscale. Si verifica dove arriva la posta digitale di ogni cliente e chi la legge, e si controlla periodicamente la sezione «L'Agenzia scrive» per i clienti con delega.
- Una richiesta chiara ai clienti. Una comunicazione breve chiede di inoltrare allo studio qualsiasi messaggio dell'Agenzia delle Entrate arrivato in PEC o sull'App IO, appena arriva.
- La scadenza in agenda. Ogni comunicazione ricevuta diventa una scadenza a 60 giorni dalla data di ricezione, con un promemoria qualche settimana prima, così la risposta all'ufficio non si fa all'ultimo giorno.
Dove aiuta l'intelligenza artificiale e dove no?
Partiamo da cosa non fa. Commercialista AI non legge il Cassetto fiscale, non riceve le comunicazioni dell'Agenzia al posto del cliente e non manda niente all'Agenzia delle Entrate: i chiarimenti all'ufficio e le eventuali richieste di riattivazione restano lavoro dello studio. Non sostituisce nemmeno il gestionale.
Aiuta invece nei passi 4 e 5, quelli in cui le comunicazioni si perdono. Quando il cliente inoltra allo studio il messaggio dell'Agenzia, l'email arriva nella casella che lo studio ha già collegato e il programma riconosce a quale cliente appartiene. Se il cliente scrive una domanda, il programma prepara la bozza di risposta, che lo studio legge, corregge se serve e invia solo con un suo clic.
Se lo studio lascia accesa la funzione «Scadenze in tutte le email», secondo l'informativa privacy del programma vengono aperte anche le email in arrivo da enti pubblici come l'Agenzia delle Entrate o che parlano di scadenze, con regole automatiche e senza intelligenza artificiale. Una scadenza trovata diventa una proposta da confermare, solo se riguarda un cliente dello studio.
Nei piani Completo e Studio grande c'è anche la funzione Circolari ai clienti, utile per il passo 4: la comunicazione che chiede di inoltrare i messaggi dell'Agenzia parte solo dopo la conferma dello studio. Resta un principio che scriviamo anche nella nostra pagina: nessun avviso non vuol dire nessun adempimento. I controlli dello studio sul Cassetto fiscale restano necessari.
Ogni due settimane mostriamo Commercialista AI dal vivo in un webinar gratuito per gli studi: la prossima data e l'iscrizione sono qui. Vai al webinar per gli studi
Dopo quanti anni senza attività l'Agenzia chiude la partita IVA?
Dopo 3 annualità senza attività di impresa, arte o professione, secondo l'articolo 35, comma 15-quinquies, del DPR 633/1972. L'Agenzia lo verifica con riscontri automatizzati sui dati dell'Anagrafe tributaria, comprese fatture elettroniche, corrispettivi telematici e versamenti.
Quanto tempo ha il contribuente per opporsi alla chiusura?
60 giorni dalla ricezione della comunicazione preventiva, o dalla sua messa a disposizione nell'area riservata se la consegna non è possibile. In quel periodo può fornire chiarimenti a qualsiasi ufficio territoriale dell'Agenzia delle Entrate.
Dove arriva la comunicazione di chiusura d'ufficio?
Al domicilio digitale del contribuente o del suo rappresentante; in mancanza, con raccomandata A/R al domicilio fiscale. È consultabile anche nel Cassetto fiscale, sezione «L'Agenzia scrive», e per le persone fisiche è segnalata pure sull'App IO.
Una partita IVA chiusa per errore si può riattivare?
Sì. Dopo i 60 giorni si presenta una richiesta motivata a qualsiasi ufficio territoriale. Se l'ufficio la accoglie, la riattivazione vale dalla data originaria di apertura, senza interruzioni, e per le società riguarda anche il codice fiscale estinto.
Si paga una sanzione se la partita IVA viene chiusa d'ufficio?
Per la sola omessa comunicazione di cessazione, no: la sanzione è stata eliminata dal decreto legge 193/2016, con effetto dal 2017. Restano però salvi i poteri di controllo e accertamento dell'Agenzia sugli anni passati, come ricorda lo stesso provvedimento.
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